Il ballo finale: Foligno saluta il Ventennale del Dancity Festival

Il ballo finale: Foligno saluta il Ventennale del Dancity Festival

C’è un senso di urgenza e di sospesa bellezza quando ci si ritrova davanti a un finale

di Paolo Sciamanna

Il Dancity Festival quest’anno non ha celebrato un traguardo qualsiasi, ma il suo Ventennale; un compleanno cruciale che, con il sapore dolceamaro dei cerchi che si chiudono, rimarrà impresso nella memoria collettiva come l’ultima, storica edizione. 

Dopo vent’anni di esplorazioni e avanguardia, la rassegna ha deciso di calare il sipario, trasformando questa ricorrenza in un rito di definitivo congedo.

Per l’occasione, il festival è tornato a riappropriarsi delle sue radici, riconquistando il centro storico di Foligno dopo diversi anni. 

Il dialogo tra la sperimentazione contemporanea e la pietra antica della città si è riacceso nei suoi luoghi simbolo, esaltando la duplice natura che da sempre definisce il Dancity: da un lato la sacralità dell’ascolto guidato nei concerti seduti all’Auditorium San Domenico, dall’altro l’energia collettiva della club culture tra le mura di Palazzo Candiotti. 

È in questa alternanza tra contemplazione e movimento che la rassegna ha celebrato il suo canto del cigno, regalando alla sua comunità un’ultima, potentissima dimostrazione di come la musica possa far battere il cuore della provincia italiana.

Ecco com’è andato l’ultimo capitolo di un’avventura straordinaria.

 

Una mappa sonora personale: la nostra selezione

Davanti a un cartellone così denso e stratificato, tentare una cronaca enciclopedica sarebbe impossibile, oltre che ingiusto nei confronti della natura stessa del festival. 

Il Dancity va vissuto scegliendo i propri posizionamenti, accettando di perdersi qualcosa per farsi travolgere da qualcos’altro. 

Per questo reportage abbiamo deciso di disegnare una mappa sonora guidata dall’istinto e dalla curiosità, isolando una selezione mirata di performance all’interno dell’ampia proposta di questo Ventennale.

Ci siamo mossi tra la penombra dell’Auditorium San Domenico e l’elettricità di Palazzo Candiotti, inseguendo quegli artisti che meglio incarnavano la doppia anima – introspettiva e liberatoria – di quest’ultimo atto.

 

Matmos: la quotidianità diventa avanguardia

Se c’è un nome capace di incarnare la filosofia della “musica concreta” e di traghettarla nel presente con ironia e genialità, quel nome è Matmos. 

Il duo americano, composto da Drew Daniel e M.C. Schmidt, ha regalato al Ventennale del Dancity una delle performance più imprevedibili e totalizzanti dell’intero festival, trasformando lo spazio in un laboratorio sonoro interattivo.

Il concerto è stato una masterclass di manipolazione acustica: per tutta la durata del live, Schmidt e Daniel hanno letteralmente “suonato” oggetti della quotidianità più comune — pentole, teglie da forno, attrezzi elettrici e barattoli pieni d’acqua — filtrandone i rumori in tempo reale attraverso l’elettronica per generare tessiture sonore e ritmiche straordinariamente potenti. 

Ma la vera magia è stata l’abbattimento della barriera tra palco e platea. 

I Matmos hanno coinvolto direttamente il pubblico in un esperimento di musica concreta collettiva, consegnando ad alcuni spettatori delle percussioni e guidandoli a distanza, trasformando la sala in un’orchestra estemporanea sotto i loro ordini.

Non sono mancati i momenti di squisita teatralità: M.C. Schmidt, impeccabile e ironico nella sua cravatta nera, ha rotto gli indugi scendendo direttamente in mezzo al pubblico mentre suonava un flauto, accorciando ogni distanza fisica. 

Il duo ha inoltre omaggiato la tradizione del nostro Paese, spendendo parole di enorme entusiasmo per i grandi compositori italiani del Novecento e celebrando in particolare il genio di Piero Umiliani, di cui hanno eseguito una memorabile reinterpretazione. 

C’è stato spazio anche per l’inedito e la sperimentazione pura, con l’esecuzione per la primissima volta dal vivo di alcuni pezzi, tra cui il suggestivo brano intitolato “Dolomite”. 

Una performance memorabile che ha unito gioco, genialità e un’energia sonora travolgente.


Ange Halliwell: l’arpa oltre il tempo

Il concerto di Ange Halliwell è stato un viaggio di pura immersione emotiva, capace di sospendere il tempo e incantare il pubblico del Dancity. 

L’approccio di questo artista all’arpa va ben oltre la tradizione, trasformando uno strumento antico in un generatore di paesaggi sonori moderni, quasi ultraterreni.

La performance si è mossa su una trama affascinante di arpeggi dall’andamento quasi classico, circolare e ripetitivo, capaci di creare un’atmosfera ipnotica fin dalle prime note. 

La vera forza del live è risieduta però nelle straordinarie elaborazioni sonore generate in tempo reale: Halliwell ha utilizzato loop digitali per sovrapporre strato su strato i suoni dell’arpa appena accennati, unendoli a texture e suoni campionati. Il risultato è stato un crescendo polifonico, una cattedrale di suoni in cui la purezza acustica delle corde si fondeva perfettamente con le dilatazioni dell’elettronica, lasciando la platea in uno stato di estasiata contemplazione

 

Noémi Büchi: il massimalismo sonoro che sfida lo spazio

Sempre nella cornice dell’Auditorium San Domenico, lo spazio è diventato il teatro di un’esperienza sonora monumentale e stratificata grazie a Noémi Büchi. 

La producer e compositrice svizzero-francese ha portato sul palco il suo caratteristico “massimalismo elettronico”, un approccio che distrugge i confini tra i generi fondendo una complessa astrazione elettroacustica a imponenti condensazioni quasi orchestrali.

Il live si è rivelato un gioco ipnotico di contrasti: le texture dense e i muri di suono sintetico si scontravano con deviazioni ritmiche improvvise, alternando momenti di pura armonia a dissonanze brutaliste. Sfruttando al massimo l’acustica e la sacralità della chiesa sconsacrata, la Büchi ha letteralmente scolpito lo spazio, offrendo una performance cerebrale e insieme viscerale, capace di paralizzare la platea sulle poltrone in un ascolto totalmente immersivo.

 

Etienne Jaumet: il ponte verso la pista

Con l’esibizione di Etienne Jaumet l’atmosfera del festival ha subito una sterzata decisiva, segnando il momento di transizione in cui l’ascolto ha cominciato a farsi movimento. 

Il musicista francese ha teso un filo perfetto tra jazz e club culture, improvvisando e ricamando con il suo sassofono sopra ipnotiche trame elettroniche. 

Sono state proprio queste composizioni a fare da ponte, scaldando l’atmosfera e trasportando progressivamente il pubblico verso i momenti più spiccatamente dance del festival.

 

Matias Aguayo: lo spiazzamento perfetto alla fine del primo atto

La conclusione della prima serata è stata affidata a Matias Aguayo, protagonista di una delle performance più sorprendenti dell’intero weekend. 

In vent’anni di storia, il Dancity ha abituato il suo pubblico a incursioni totalmente inaspettate, inserendo in cartellone schegge impazzite capaci di scardinare le regole del festival stesso; l’esordio assoluto di Aguayo su questo palco si è inserito perfettamente in questa tradizione dell’imprevedibilità.

Il produttore e dj cileno-tedesco ha firmato un set che è andato completamente al di fuori di qualsiasi aspettativa. 

Lontano dai binari più rigidi della techno o dell’elettronica cerebrale, la sua performance si è rivelata una miscela eccentrica e destrutturata di ritmi, vocalizzi teatrali eseguiti dal vivo e groove storti dall’attitudine quasi punk. 

Uno shock energetico e ironico che ha spiazzato e divertito la platea, confermando la capacità del festival di stupire fino all’ultimo secondo.

The Orb: la storia dell’ambient house a Foligno

Quando in cartellone compare un nome come The Orb, le presentazioni diventano superflue. 

Pionieri assoluti e vera e propria istituzione della musica elettronica internazionale, il loro arrivo al Dancity rappresentava una delle colonne portanti di questo Ventennale. 

Con il loro inconfondibile viaggio audiovisivo sospeso tra ambient house, venature dub e psichedelia, hanno ipnotizzato la platea confermandosi una certezza assoluta: una di quelle performance magistrali che ridefiniscono lo spazio e il tempo, lasciando il segno su questa ultima edizione

 

Mohammad R. Mortazavi: inaspettato etnico
 

Il percussionista ha dato vita a una performance solista straordinariamente virtuosistica ed entusiasmante, incentrata sul dialogo ravvicinato con gli strumenti e gli elementi elettrici.
La sua incredibile tecnica esecutiva ha catturato l’attenzione della platea, trasformando il live in un saggio di pura abilità ritmica.

Ghost Dubs: la fisicità del ritmo a Palazzo Candiotti

Con il trasferimento tra le mura di Palazzo Candiotti, il festival ha cambiato pelle, accendendo la sua anima più spiccatamente fisica e sensoriale. 

A inaugurare questa nuova fase della rassegna è stato il set di Ghost Dubs, che ha saputo calibrare perfettamente l’energia dello spazio. Il suo live si è mosso su frequenze profonde, srotolando i ritmi tipicamente lenti, ipnotici e giocosi del Dub. È stato un momento di pura connessione corporea, dove le basse frequenze hanno avvolto il pubblico, trasformando l’ascolto in un’esperienza densa, calda e irresistibilmente cadenzata.

 

Oltre il sipario: il gioco non è finito?

Chiudere una storia lunga vent’anni nel momento della sua massima espressione è un atto di coraggio raro, una scelta lucida che preferisce il sigillo del mito al lento declino. 

 

A proposito delle enormi difficoltà incontrate in questi 20 anni ecco un’intervista pubblicata proprio qui su Piacere Magazine nel 2023

https://www.piaceremagazine.it/index.php/musica/item/3868-dancity-festival-2023-tutto-pronto-per-l-edizione-estiva

 

Ma il Dancity ci ha insegnato per due decenni a non prendere mai nulla per sconato, a diffidare delle traiettorie lineari e ad aspettarci l’imprevedibile proprio quando tutto sembrava già scritto.

Per questo, l’addio consumatosi tra i palazzi storici di Foligno non lascia spazio a sterili piagnistei, ma semmai a una sottile, ostinata suggestione. 

In fondo al cuore, mentre scorrono i titoli di coda su questo Ventennale, è impossibile non cullare il dubbio che tutta questa messinscena del “finale definitivo” sia in realtà l’ennesimo contropiede, un gioco di prestigio orchestrato da chi ha sempre amato spiazzare il proprio pubblico. 

E allora, sotto i sorrisi e i saluti di rito, resta accesa una piccola scommessa personale: la speranza che, puntuale come ogni anno, all’arrivo del freddo di dicembre, compaia dal nulla il programma della Winter Edition, a ricordarci che certe storie non si possono spegnere con un semplice interruttore.

Scritto col cuore, da chi è stato in platea e sul dancefloor dal 2010 per ben 16 anni.