Dobbiamo smettere di costruire periferie. Ormai le nostre città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro, e la campagna non è ancora campagna. (Renzo Piano)
La chiusura del Bistrot è una ferita che brucia e che, più di mille parole, racconta la crisi del centro di Perugia. Perché quando ad abbassare la saracinesca è un luogo vivo, amato, frequentato e storico come quello di Gianni Segoloni, significa che il problema è profondo e radicato.
Negli ultimi mesi si sono susseguite diverse chiusure, saracinesche abbassate che hanno il sapore della desolazione. Eppure, come spesso accade, serve un nome simbolico per far scattare il campanello d’allarme.
Un allarme che, per fortuna, è mitigato da alcuni sporadici segnali incoraggianti. Ci sono nuove aperture fanno sperare in un’inversione di tendenza: via Mazzini, ad esempio, sta tornando a vivere grazie all’arrivo della pizzeria Da Michele e dell’enoteca Giò. Ma non basta.
Oggi più che mai, soprattutto con la nascita, proprio alle porte dell’Acropoli, di un polo attrattivo come la “Città del cioccolato”, è indispensabile mettere in campo azioni strutturali. Serve una visione concreta per rilanciare un centro storico che, per sua natura, è da sempre complesso: difficile dal punto di vista morfologico, poco agevole logisticamente, e durante l’inverno penalizzato dalle condizioni climatiche rispetto ai centri commerciali. A questo si aggiunge un problema ormai cronico: il calo della residenzialità. La progressiva perdita di abitanti indebolisce l’intero ecosistema urbano, rendendolo meno vitale e meno sostenibile.
Non possiamo però rassegnarci all’idea che un gioiello come il centro di Perugia viva solo nei mesi della bella stagione o sull’onda dei grandi eventi. Il centro deve brillare dodici mesi l’anno. E questo implica una responsabilità condivisa.
Della politica, innanzitutto, chiamata a scelte strutturali coraggiose e lungimiranti. Ma anche dei residenti, che giustamente difendono la qualità della vita e si oppongono al degrado, purché questo non diventi l’alibi per pretendere che il centro si trasformi nel proprio “orticello” privato. Il rilancio passa anche attraverso apertura, fruizione e capacità di accogliere.
Guai se le istituzioni si lasciassero frenare da resistenze e pressioni che rischiano di ostacolare il futuro. Il centro storico può ripartire solo con il supporto di tutti, senza egoismi né paletti ideologici.